Giada dal Cin

e rieccoci qui come ogni sabato a raccontarvi storie di ragazze vere e soprattutto che hanno fatto di tutto per risalire dal fondo.

Oggi la testimonianza di una ragazza che ha toccato il fondo ma che è  riuscita con la forza di una leonessa a risalire per gridare che la vita è una e va goduta fino in fondo.

Il suo motto “healthy food for a healthy life” ( cibo sano per una vita sana)!

Sono Giada, una ragazza di 18 anni che studia in un liceo scientifico e spera un giorno di diventare un medico. Questa è la mia storia: come sono approdata ad uno stile di vita sano, come la palestra ha cambiato la mia vita…trovate tutto scritto qui. Noterete dei punti in cui il testo e limitato da degli asterischi: lì sono esposti degli episodi particolari che ho vissuto in prima persona, tristi o felici che siano, che ancora mi commuovono al solo pensiero. Ringrazio ancora Maria Pia per avermi concesso questo piccolo spazio sul suo blog dove racconatare la mia storia. Spero che in qualche modo vi possa ispirare, o vi possa dare la forza per dare una svolta alla vostra vita: se ce l’ho fatta io, potete farcela anche voi!

Fin da bambina ho sempre praticato sport: ginnastica artistica, equitazione, nuoto, danza…li ho provati tutti. A 12 anni mi sono innamorata dell’atletica leggera, che ho praticato per 5 anni a livello agonistico. La mia specialità? Mezzofondo. Il momento in cui decisi di cominciare questo sport è il punto di partenza della mia storia: poco tempo prima un mia amica mi aveva mandato una foto…una foto in cui ero raffigurata interamente. Appena la vidi, provai un grande disgusto per me stessa: le mie gambe erano troppo, troppo grosse; mi vedevo enorme e brutta. Fu così che decisi di mettermi a dieta. Inizialmente non presi provvedimenti drastici: eliminai dolci, merendine, bevante gasate e tutte le cose che mi potessero sembrare poco sane. In più mi allenavo 3 volte a settimana perciò il peso cominciò a scendere lentamente. Ero soddisfatta: in quasi un anno persi 6 kg, un numero non eccessivo per quel lasso di tempo. Tuttavia arrivò il primo segno d’allarme: il ciclo smise di essere regolare e poi sparì completamente. Da qui la preoccupazione dei miei genitori e una lunga serie di visite da medici che non erano in grado di individuare il problema. Gli esami del sangue risultavano completamente sballati e il peso continuava a scendere. Iniziai a mangiare sempre meno, mai soddisfatta delle mie gambe e della fessura che vi era tra di esse.

*Io e Mamma siamo in macchina. Piove, e i finestrini sono costellati da tanti milioni di goccioline. La giornata è grigia, come il mio umore. Il motore si spegne, il “crac” del freno a mano tirato mi annuncia che ci siamo fermate. Guardo Mamma interrogativamente. Lei sospira e mi guarda. La sua domanda è uno schiaffo in faccia: “Rispondimi sinceramente…sei anoressica?”. Mi viene da piangere. Io non sono malata. *

Nell’autunno del 2014 un amico di famiglia, che svolge la professione di ematologo, si offrì di farmi degli esami: il responso fu “malnutrizione”. I miei genitori si decisero a mandarmi da una nutrizionista. Non appena questa vide il mio peso mi vietò immediatamente di contiunare a praticare sport e mi prescrisse degli integratori che avrebbero dovuto aiutarmi a prendere peso. Fu una settimana incredibile: mangiavo come un camionista, andando contro la mia mente che mi diceva di restringere, in quanto avevo compreso che la mia salute era in grave pericolo. Decisi di pesarmi…avevo perso un chilo, toccando il mio peso più basso in 3 anni: 45 kg per 1,71 cm. Mia Mamma, allarmata, chiamò subito la nutrizionista che mi impose il ricovero in ospedale immediato. Inutile dire che ero distrutta, sia fisicamente che psicologicamente: non volevo lasciare la scuola, i miei compagni, la mia famiglia. Tuttavia non c’era altra strada: il mio metabolismo correva ad un ritmo folle ed io avevo nutrito troppo poco il mio corpo.

 

Trascorsi quasi un mese in ospedale con il sondino nasogastrico, una cosa che non auguro a nessuno, e mi promettei che sarei uscita di lì il più velocemente possibile e che non avrei mai più fatto alla mia famiglia, ma soprattutto a me stessa, una cosa del genere. Ricordo ancora le visite dei mie parenti e delle mie amiche che quasi mi guardavano con gli occhi lucidi.

*La mia stanza è spoglia: l’unica decorazione presente sono i miei peluche sulla poltrona a fianco del letto. E lo chiamano reparto di pediatria, non so quale bambino vorrebbe metterci piede. Le mie amiche sono venute a trovarmi: Silvia e Elisabetta mi sorridono, invece Beatrice ha gli occhi lucidi. Mi propongono di fare due passi in corridoio. Accetto volentieri. Questo letto mi sta atrofizzando i muscoli. Usciamo dalla stanza e andiamo nell’atrio. Un gran numero di persone si alza e urla: “Sorpresa!!”. Non ci credo, sono i miei compagni di classe. C’è perfino Tolot, lo snob che non saluta mai. Sono commossa, sono tutti lì per me.*

Mi sentivo così in colpa per essere diventata una fonte di dolore per coloro che amavo.

*Sono appena uscita dall’ospedale. L’aria fredda di metà gennaio mi colpisce la faccia e mi scompiglia i capelli. Il palloncino a forma di minion regalatomi dai miei amici svolazza al mio fianco. Sono felice: dopo quasi un mese finalmente torno a casa. Io e Mamma ci dirigiamo in macchina e partiamo veloci, diritte verso l’autostrada. Ad un certo punto mi rendo conto di aver dimenticato il bagnoschiuma in ospedale. Non importa, non tornerei indietro per nulla al mondo! Dico a Mamma di non portarmi a casa. Voglio andare in palestra dove sia allena la mia società ea salutare il mio allenatore e, soprattutto, a fare una sorpresa a mia sorella che non sa nulla del mio ritorno. Dopo mezz’ora sono lì, davanti al portone. Entro. L’odore forte di gomma mi invade le narici: sono a casa. Angelo mi vede subito e mi sorride, felice di vedermi. Tutti vengono a salutarmi e a chiedermi come sto. Poi arriva lei, la piccola peste che io amo immensamente. Aurora, appena mi vede, corre ad abbracciarmi. Le sono mancata.*

Una volta uscita di ospedale sono stata seguita in un centro DCA da una nutrizionista abbastanza incompetente. Il suo piano prevedeva merendine, torte e quant’altro: feafoods che ancora non mi sentivo di affrontare. Questo mi portava a seguire il piano a fatica e ad avere ancora un rapporto conflittuale con il cibo. Recuperai abbastanza peso da poter tornare a svolgere attività fisica, perciò tornai a praticare l’atletica leggera. Ma qualcosa non andava: ero cambiata fisicamente, ma soprattutto mentalmente. Non riuscii più a raggiungere i risultati che avevo ottenuto un tempo a livello di prestazione e non ero nemmeno più tanto sicura che quello fosse lo sport adatto a me. La mia rinascita cominciò il giorno in cui decisi di mettere piede in palestra: il mio obbiettivo era mettere massa muscolare. Ricordo ancora la faccia del personal trainer che mi ricevette, probabilmente abituato alla solita richiesta di tonificazione da parte delle ragazze. Era incredulo! Da lì la strada è stata quasi tutta in discesa: ho cominciato ad informarmi sull’alimentazione e sull’allenamento. 

Instagram mi è stato di grande aiuto in questo: infatti, cominciai a seguire diverse ragazze che seguo tutt’ora e che in qualche modo hanno contribuito a farmi diventare ciò che sono. In seguito ho aperto il mio profilo, inizilamente per condividere il mio percorso, poi, man mano che mi sono appassionata alla cucina sana, per pubblicare tante ricettine sfiziose e adatte allo stile vita che ho intrapreso. Ora sono qui, sono stata dimessa dal centro DCA da diversi mesi, sto quasi per finire il mio quinto anno di liceo, mi alleno in palestra ridendo e divertendomi, i miei amici mi vogliono bene e il cibo è il mio piacere più grande. Posso dire che la palestra mi ha letteralmente salvata, mettervi piede è stata la cosa migliore che io abbia mai fatto e che rifarei altre centomila volte!  

 

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